La percezione dell'alterità dal gioco della riflessione in W. Benjamin al sentimento del sublime in Th. W. Adorno

Alessandro Cazzola

Abstract


L’autore sostiene che le riflessioni estetiche di W. Benjamin e Th. W. Adorno si intrecciano strettamente nella configurazione di una teoria estetica intessuta di categorie estetiche fondamentali quali «gioco» e «sublime». Il saggio intende mostrare la misura in cui tale relazione può essere sostenuta analizzando il fine estetico della teoria dell’esperienza di Benjamin e le personali riflessioni di Adorno sulla sua opera. Il saggio, inoltre, interroga, da un lato, il modo in cui il gioco dialoga sia con l’esperienza della modernità nel XIX secolo, come Benjamin mostra, sia con l’esperienza estetica dell’opera d’arte, come Adorno illustra; dall’altro, appura che il sublime agisce in funzione di istanza oggettiva accorciando la distanza tra il soggetto e l’alterità. Mediante l’analisi del fruttuoso incontro di tali categorie, l’autore afferma che Benjamin e Adorno intraprendono la costituzione di una teoria estetica che abbraccia la decadenza dell’aura, rinnovata dal gioco, e la ricostituzione dell’apparenza, sancita dal sentimento del sublime, riconoscendo la loro comune intenzione. Tale cornice si trova all’interno del ripensamento critico del rapporto tra il soggetto estetico e l’oggettività in quanto traslato nel raffronto tra il gioco, lo sfondo della riflessione soggettiva, ed il sentimento del sublime, che accerta l’intreccio di sensibilità e ragione.

The author argues that the aesthetic reflections of Walter Benjamin and Theodor W. Adorno are mutually intertwined as they sketch out an aesthetic theory portrayed by the underlying notions of “play” and “sublime”. The essay shows the extent to which this relationship may be upheld by enquiring into the aesthetic end of Benjamin’s theory of experience and the personal reflections of Adorno on his oeuvre. Further, the essay examines, on the one hand, how play may dialogue both with the modern experience of the XIX century, as Benjamin expounds, and with the aesthetic experience of artworks, as Adorno elucidates, and, on the other hand, establishes that the sublime acts as objective facet by shortening the distance between subject and otherness. By their fruitful encounter, the author claims that Benjamin and Adorno agree on a framework of aesthetic theory encompassing the decadence of aura, renewed by play, and the recovery of appearance, ascertained by the feeling of the sublime, by acknowledging their common purport. This framework is set within a critical reshaping of the interplay between aesthetic subject and objectivity as it hinges on the relationship between play,  i.e. the setting of subjective reflection, and the feeling of the sublime, which endorses the intertwinement of sensibility and reason.


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